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queenseptienna
07 September 2012 @ 10:00 am

7 dicembre 2015

Regola numero uno di quando si scende dal bricco: che a farlo siano solo persone in grado.
E fidatevi se vi dico che quasi nessuno di noi, tranne i più giovani, è capace di farlo. Quei giovani di solito siamo sempre io e Hush, un po' perché col tempo abbiamo imparato a pensare di più al nostro fisico come l'unica cosa in grado di tirarci fuori dalla merda in caso di bisogno, un po' perché nonostante tutti abbiano imparato a sparare, è meglio che suo padre stia alla casa a controllare che non si facciano del male. Quando si è in così tanti, conoscendo i limiti di ognuno, non è tanto la minaccia esterna a far paura tanto quanto le cretinate che ognuno può mettere in moto.
Dobbiamo andare a cercare qualche casa in cui arraffare un po' di materiale di consumo e immediatamente definisco il piano.
A differenza dei miei genitori che per trentotto anni sono venuti qui solo in vacanza, conservando tutta la loro patina da milanesi, io qui ci ho vissuto per diversi anni (ma questa è una storia che non mi va di raccontare) e so muovermi sia sulla strada che nei boschi. Andare per funghi alle volte aiuta.
Mio fratello è inutile in queste sortite: non lo dico con un particolare senso di cattiveria, ma è stupido. Anche se ha quasi quarant'anni non ha quella prontezza di spirito che sa fargli misurare i pericoli. Meglio che stia a casa, a tagliare legna e a proteggere mamma e papà. Soprattutto è bene che badi a Monica, la sua compagna, che per farle imparare qualcosa di pratico ci è voluta una vita.
Così io e Hush prepariamo gli zaini e prendiamo i soli mezzi che abbiamo deciso di usare qui: le mountain bike, ma c'è più di un metro di neve e ci tocca andare a piedi. La macchina la teniamo in cortile con il muso rivolto verso il cancello, piena di gas e benzina, pronta a essere usata in caso di emergenza. Per ora l'abbiamo usata pochissime volte e solo quando eravamo davvero sicuri di avere la necessità di fare lunghe distanze. L'ultima nevicata ha praticamente ricoperto ogni cosa e chissà quando si scioglierà, per cui ci incamminiamo.
Partiamo per la prima abitazione a distanza utile, che si trova a più di cinque chilometri da qui e sarà veramente dura. Non mi ricordo di chi sia, ma quasi sicuramente sono parenti di mio padre e spero per loro che non siano troppo gialli da farsi ammazzare.

Mi ricordo quando ho fatto fuori il mio primo giallo: è stato un anno fa, giù nella cittadina a valle. Giravo armata solo di un coltello, anzi più di uno visto che ne ho sempre fatto collezione, alla ricerca di cibo extra da riportare a casa. Ho sempre cercato di evitare la carne in scatola, primo perché mi ha sempre fatto schifo, secondo perché non sono un'idiota, so che sarebbe la prima cosa in cui germi e batteri andrebbero a infilarsi. Volete che non lo faccia un prione di merda?
Quello che però cercavo non era cibo inscatolato (il prato sopra casa lo abbiamo ben presto trasformato in un orto), ma cose come farina o latte a lunga conservazione. Olio magari, tutto ciò che potesse durare a lungo andava bene e per farlo volevo iniziare con la periferia per evitare il più possibile contatti, con infetti o meno.
Hush parcheggia l'Ape che abbiamo preso in prestito nel paese precedente e la parcheggia dal fornaio in Corso Italia. In giro non c'è nessuno e decidiamo di entrare, ignorando il brivido che mi sale alla nuca.
Ecco, cazzo. Devo imparare a dare più retta ai segnali del mio corpo.
Sta di fatto che entriamo e c'è una Gialla, la commessa. Sta dietro al bancone, mezza morta, probabilmente per inedia. In un posto popolato da gente di mezza età e famoso per la quantità di case di riposo, se fossi Gialla probabilmente mi direi sfigata (ed ecco svelato anche uno dei motivi per cui ho obbligato tutti a venire qui).
Non appena Hush la vede le tira un calcio dritto alla mascella e io, senza nemmeno pensarci, mi avvicino e le pianto il coltello nel cranio. Va giù come il burro. La Gialla smette di muoversi e io non ho nemmeno vomitato. Hush ha girato la testa dall'altra parte, disgustato.
Tutto questo mi ha reso così insensibile...

Cammino veloce e mi levo il pensiero dalla testa.
Non sempre sono stata così. C'è stato un periodo, prima di andare a lavorare, in cui sono stata una ragazza impressionabile e paurosa di tutto. Poi è arrivata l'età adulta e con sé i lavori di merda sporchi e degradanti. Lo sono diventata, complice anche le esperienze di vita e l'avvento del prione di Lee-Chang è stata una signora esperienza.
"La casa è questa?" mi chiede strappandomi dai miei pensieri. Rallento e fisso l'abitazione: è vecchia e decadente, come tutto qui in giro, ma sono pronta a scommettere un turno di guardia che la troveremo piena di roba. Qui i vecchi sono sempre stati pronti a tutto. Hanno fatto la Guerra, mica cazzi. Annuisco.
Lasciamo fuori le bici ed entriamo spingendo la porta. E' chiusa da un chiavistello interno, una sorta di gancio, mi basta usare un bastoncino e farlo passare tra i due battenti per tirarlo su.
Dentro c'è puzza di chiuso e di morte, qualcuno ci è crepato lì dentro.
Perlustriamo la casa, sono quattro stanze, niente di che, all'interno di quella da letto ci troviamo il morto. Come avevo pensato è un parente di mio padre, sono così stronza che nemmeno mi ricordo come si chiama. Hush intanto si assicura che sia decisamente morto e non assisto mentre lo fa. Alle volte penso che gli piaccia. Torno in cucina e apro gli armadietti, prendendo tutto quello che mi pare utile, evitando la carne inscatolata. Riempio il mio zaino e poi Hush torna a fare lo stesso con il suo, pulendo il coltello in uno straccio.
"Sai, pensavo a una cosa." inizia a dirmi e so che sarà una di quelle nostre discussioni ciniche che tenevamo anche prima del Lee-Chang. Capisco che è quel genere di discussioni a cui sarò d'accordo. "Secondo te, cosa dovremmo fare se uno dei due si infettasse?"
Lo guardo, abbozzando un sorriso. "Che domande: legami da qualche parte, che possa crepare in pace."
Lui annuisce, la pensa come me. Una sorta di patto tra di noi. Abbiamo sempre avuto strane fobie, io del fuoco, dei cani e dello Slenderman, lui degli specchi, ma se c'è una cosa su cui entrambi siamo sempre stati d'accordo sull'aver paura è quella di morire.
Torniamo a casa.


 
 
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