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Survival Blog - 8 - Focolai



05 gennaio 2016

Oggi siamo riusciti a eliminare tutti i Gialli in zona. Come avevo previsto, Hush e Davide non avevano fatto il giro lungo per tornare a casa e i pochi infetti in grado di tenersi in piedi li hanno seguiti e hanno scoperto dove siamo nascosti.

Incredibilmente sono stati i nostri padri a prendere letteralmente la situazione in mano e infilarsi nei boschi per fare fuori tutti quelli rimasti.

Ce li hanno descritti come esseri ombre di loro stessi, arrivati lì più per istinto di sopravvivenza che altro. Il colore itterico quasi scomparso dai loro volti, sostituito dal pallore grigiastro di chi era prossimo a tirare le cuoia.

Li hanno ammazzati tutti senza troppi problemi e la valle è di nuovo tornata deserta.

Mi sistemo la sciarpa intorno al collo e il fiato si congela mentre respiro. Sto male al pensiero di farmi una sgambettata in bicicletta con questo tempo gelido, ma il cielo è terso ed è così azzurro da farmi credere che prima o poi tutto questo finirà. Con la mente ritorno a quando ero piccola e costruivo proprio qui i miei primi pupazzi di neve… ora le uniche cose che costruisco sono trappole per animali e per Gialli.

«Ci sei?» Hush è già in sella, sulle spalle ha appesa la custodia per un lungo coltello da caccia e ne ha altri nascosti praticamente ovunque. Ripenso a quando è scoppiato il casino e tutti pensavano che trovare munizioni fosse facile come nei videogiochi, per poi morire come mosche per strada.

Chi è che diceva che i videogiochi facessero male alla salute? Beh, aveva ragione, dopotutto.

«Sì, andiamo» dico e saluto mia madre angosciata dietro il cancello. Non si è ancora ripresa dallo spavento di Capodanno e posso comprendere il suo timore di vedermi uscire. Fortuna che non le ho mai raccontato di come ho mozzato la testa allo zio.

Inforchiamo le nostre bici e in un attimo sfrecciamo sul ghiaccio. Non nevica più da un paio di giorni ed è tutto ghiacciato. Sembra una cosa impossibile, ma le nostre mountain bike, unite all’esperienza che abbiamo maturato in questi anni, ci fa stare miracolosamente dritti.

Lo scopo della giornata è ovviamente cercare nuove provviste ed è inutile dire che ripuliremo la strada dai Gialli fino in città, per essere sicuro che ogni singolo focolaio sia spento e la nostra strada sicura.

Così scendiamo a valle e ogni tanto ci fermiamo per accerchiare e accoltellare qualche Giallo rachitico imbambolato dal gelo di questi giorni.

Sono otto i bastardi che cadono oggi sotto i nostri colpi, otto figli di puttana malati del Lee-Chang che una volta non erano altro che persone come me. Quando passavo il tempo a scrivere racconti horror riflettevo molto sui risvolti sociologici di una eventuale apocalisse, come se in fondo i mostri siano stati prima umani.

Con assoluta certezza oggi posso dire che non me ne frega un assoluto cazzo di cosa erano prima e l’unica cosa che mi interessa è farne fuori il più possibile per non diventare come loro. Sopporto di guardare il loro sangue schizzare per metri sulla neve bianca mentre gli pianto la lama in gola e sto ben attenta che nemmeno una goccia mi tocchi per sbaglio.

Una volta giunti in nel primo paese recuperiamo il Ducato su cui avevamo dipinto il simbolo dell’Hydra. Nel retro Hush ha trovato un pannello che la prima volta ci era sfuggito e da lì peschiamo le catene, che mettiamo alle ruote.

Andare così è tutta un’altra storia e questa volta potremo affrontare il supermercato.

Riusciamo ad arrivare alla rotatoria in cui ci eravamo impantanati e in qualche modo ci facciamo strada nella poltiglia di neve fino al Bennet, che grazie al cielo è al limitare del paese e non dobbiamo addentrarci troppo all’interno della città. Farlo in due sarebbe solo pura follia.

Per strada non c’è anima viva. Nemmeno i Gialli sono in giro alla disperata ricerca di cibo, il silenzio è opprimente e ringraziamo il motore silenzioso del furgone che a quanto pare non attira troppo l’attenzione. Non ci eravamo mai spinti fino a qui e non appena arriviamo nel grosso parcheggio mi rendo conto che starsene a casa sarebbe stata un’opzione migliore.

Hush ferma il mezzo e saltiamo a terra, entrambi inorriditi dallo spettacolo che ci troviamo davanti: le serrande del Bennet sono saldamente chiuse e davanti all’ingresso c’è letteralmente una pila di corpi in putrefazione. Sono talmente vecchi da farmi pensare che l’assalto a quel posto sia avvenuto parecchio tempo prima e siano in parecchi ad aver perso la vita per un tozzo di pane. Tra loro non ci sono distinzioni: normali e Gialli… tutti morti per il cibo.

La pena che provo dura solo pochi istanti, perché poi devo pensare a come riuscire a entrare lì dentro. Faccio cenno a Hush di risalire sul Ducato e piano piano aggiriamo il piccolo edificio e ci troviamo davanti al cancello di scarico merci. È chiuso a chiave, ma è piegato dai colpi di alcune macchine che hanno cercato di sfondarlo senza successo.

Hush scende e tira fuori da una tasca il suo set di grimaldelli, ricordo del liceo in cui faceva pratica da piccolo scassinatore in erba. «La serratura è tutta storta, non so se riuscirò ad aprirla.»

«Devi farcela, è l’unico posto da cui possiamo entrare, a meno che…» mi interrompo. Una piccola porta bianca sulla strada attira la mia attenzione. Il cartello blu con la scritta bianca “Ingresso dipendenti” indica una nuova via da cui passare. Non è un accesso diretto al magazzino, ma sempre meglio di niente. Il mio ragazzo si avvicina e studia la serratura e con pochi rapidi colpetti l’ha scassinata.

I cardini cigolano con un gemito che mi sembra troppo forte, spero che nessuno abbia sentito. Entriamo dentro con le torce accese e subito Hush si avvicina al generatore di emergenza che tutti i Bennet hanno in questo punto specifico – aver dato il sangue per anni in un posto come questo alla fine è pur servito a qualcosa – e lo accende. Un attimo dopo il corridoio si illumina e siamo pronti per l’esplorazione.

Gli spogliatoi sembrano essere stati abbandonati il giorno prima e nonostante l’odore di umanità, ci prendiamo la briga di controllare se c’è qualcosa di utile al loro interno. Carichiamo il tutto sul furgone prima di entrare effettivamente nel market.

Una valanga di ricordi mi investe all’improvviso. Non ho mai lavorato in questo punto vendita, che è più piccolo e decisamente più vecchio del mio precedente posto di lavoro, ma mi sembra di essere tornata ad anni fa, quando alle sei del mattino timbravo il cartellino per iniziare il turno di lavoro.

Do un’occhiata veloce dentro il box informazioni solo per vedere una ragazza con il camice da cassiera riversa a terra, morta. È una Gialla.

«Non mi piace» mormora Hush, vicino a me. Concordo con lui, anche perché il resto del supermercato è deserto. Forse è stata morsa durante l’attacco ed è riuscita a chiudersi dentro prima di morire?

Non lo sappiamo.

Proseguiamo il giro e arraffiamo quanta più roba possibile. Il fetore all’interno del negozio è devastante, per via dei prodotti freschi, come i latticini e la carne, che sono marciti negli anni. A terra troviamo altri Gialli morti e nessuna traccia di chi li abbia fatti fuori.

Il bottino che riusciamo a fare è molto magro, poiché è palese che il posto è già stato razziato da qualcuno in precedenza, ma chi? Non riusciamo a darci risposta e recuperiamo prodotti come farina, zucchero e sale. A casa faremo la cernita di ciò che è buono o meno.

Quando usciamo Hush si cura di richiudere la porta esattamente come era prima. Non so per quale ragione lo fa, una volta sul Ducato mi spiega che in caso di bisogno quel posto avrebbe potuto essere utilizzabile.

Concordo con lui e ci avviamo verso casa, curandoci di fare un giro estremamente lungo.



Tags: survival blog
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